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Cibo divino, piacere terreno

Mostra collaterale dall’11 al 26 luglio 2015.

Cibo divino, piacere terrenoLa XLV Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato di Pennabilli dedica la collaterale “Cibo divino, piacere terreno” all’evento dell’anno: Expo 2015

Il cibo nell’arte attraverso i secoli è il tema della collaterale intitolata “Cibo divino, piacere terreno”, che affiancherà a Pennabilli RN, dall’11 al 26 luglio 2015, la 45° Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato.

Il cibo all’interno delle opere d’arte inizia ad assumere una vera e propria valenza simbolica a partire dal Medioevo; più nello specifico, con la simbologia cristiana, il cibo assume un significato allegorico non tanto legato al sostentamento e alla nutrizione quanto al fattore culturale, rendendo espliciti i rapporti e le differenze fra le classi sociali, identificando regioni geografiche, il susseguirsi delle stagioni e persino le fasi della vita.

Tornando indietro nel tempo il cibo viene inserito come elemento secondario e accessorio all’interno dei quadri e utilizzato per allestire determinate scene o denotare un preciso ambiente.

Vengono alla memoria eleganti salotti settecenteschi, in cui una dama si accinge a gustare una raffinata colazione, scene di vita familiare in cui i protagonisti vengono rappresentati intorno a un tavolo, fissando così sulla tela sin dal XVII secolo quei rituali di vita domestica che ancora oggi costituiscono uno dei piaceri nella nostra alimentazione.

Se ci sia relazione tra arte e cibo è una questione molto antica su cui la filosofia si interroga sin da Platone.

Nel 1500 un giovane artista di nome Giuseppe Arcimboldo divenne famoso inventando in pittura ritratti e busti allegorici in cui venivano rappresentate figure umane composte con fiori, frutta e ortaggi; oggi l’opera più rappresentativa e conosciuta del Maestro è stata scelta come logo ufficiale della grande manifestazione internazionale Expo Milano 2015 Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita.

La mostra vuole rendere omaggio a questo evento con una carrellata di opere, rappresentazioni diverse legate al cibo attraverso i secoli.

E, svolgendosi la Mostra a Pennabilli, non ci si può esimere dal citare il magico “Orto dei frutti dimenticati”, nato da un’idea di Tonino Guerra nel 1990, una premonizione quasi e un messaggio per noi tutti.

Dall’arte ci viene, attraverso la mostra, la sollecitazione a salvaguardare e a rispettare la natura in quanto il cibo è, come l’arte, un valore inestimabile per l’intera umanità.

La panoramica sull’interpretazione artistica del cibo nei secoli offerta dalla mostra è curiosa e intrigante; complessivamente si tratta di una ventina di quadri di epoche diverse: si parte dagli inizi del XVI secolo con Pieter Aertsen detto Pietro il Lungo (Amsterdam 1508 – 1575) Interno di cucina – olio su tela – 119 x 96 cm, una caratteristica e molto dettagliata rappresentazione di tre figure: un uomo, una donna e un ragazzo con un gatto all’interno di una cucina del Nord Europa.

Di epoca più recente è il quadro di Alfred Arthur Brunel de Neuville (Parigi 1852 – 1941) Natura morta di frutta – olio su tela – 40 x 60 cm. L’opera è luminosa, ricca di colori. I frutti: pesche, pere, uva bianca e rossa richiamano alla memoria una assolata e generosa fine estate.

Non è difficile individuare le origini dell’opera di Tommaso Realfonso (Napoli 1677 – dopo 1743) Tavola imbandita con frutta, pane, carne, salame, sfogliatelle e pastiera – olio su tela – 70 x 100 cm, in cui risaltano i dolci tipicamente napoletani appoggiati su un piatto in ceramica decorata e un elegante coltello d’argento.

Di periodo più tardo, della Scuola di Carlo Magini (XIX secolo) è una coppia di dipinti con tavoli da cucina – olio su rame – 20 x 30 cm, due classiche nature morte, nella prima delle quali campeggiano un fiasco, una brocca e alcune bottiglie, un mortaio, un coltello e alcuni frutti; nella seconda sono riprodotte con mano abile delle bottiglie, un orcio, un recipiente in coccio e alcune mele.

Chiude, sotto il profilo temporale, la mostra Renato Guttuso con una natura morta che riproduce con i colori forti che lo caratterizzano una cesta contenente alcune pannocchie di granturco e della frutta appoggiata su una tovaglia bianchissima. L’opera è un’acquaforte con 35 passaggi di colore 90 x 120 cm.

A margine della collaterale “Cibo divino, piacere terreno”, Riccardo Agostini, chef stellato del ristorante Il Piastrino di Pennabilli, proporrà ai visitatori, nei pomeriggi di giovedì e sabato, una degustazione offerta dagli organizzatori di Pennabilli Antiquariato, che hanno voluto, in concomitanza con Expo Milano 2015, promuovere i migliori prodotti della gastronomia del Montefeltro.

 

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Stili dei mobili antichi

Stili dei mobili antichi

IN ITALIA, il contesto artistico del Seicento era caratterizzato dalla mancanza di un centro trainante. Ogni Stato aveva la propria città guida ed il paese offriva scenari molto variegati.
Nei primi decenni del secolo, la Roma papale fu il centro più attivo della penisola. Spettacolarità, natura ed illusione erano i tratti distintivi di una nuova tendenza artistica identificata successivamente con il termine “Barocco”.
Se questa tendenza è valida per le arti maggiori, il mobile conserva ancora per buona parte del secolo le forme imponenti e squadrate tipiche del Rinascimento ed anche in pieno Barocco troviamo arredi austeri e minimali tipici dei secoli precedenti.

Ogni zona di origine sviluppa caratteri ben definiti: tipici del periodo sono i monumentali e fastosi arredi romani tra cui spiccano le grandi console intagliate con piano in marmo. Nelle province emiliane questi dettami vengono rielaborati in maniera più sobria, i mobili di quell’area inoltre mantegono per buona parte del secolo forme tardo rinascimentali come le gambe dei tavoli tornite. La Lombardia subisce chiaramente l’influenza della dominazione spagnola: gli arredi sono pesanti e con linee decise ma di alta qualità artigianale. Le cornici dei mobili annerite di ispirazione iberica sono tipiche di questo periodo.

Tipici del primo Seicento sono:
– il cassettone a ribalta
– il cassettone con la parte anteriore a linea spezzata e rientrante al centro
– il tavolo con le gambe a lira
– la sedia a cartelle

Arredi importanti si continuano a produrre a Venezia, che penalizzata dallo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all’Altlantico attraversa un periodo di crisi.
Degni di nota sono anche i mobili genovesi con le tipiche decorazioni a bambocci mentre a Torino, nuova capitale sabauda, si passa dall’impianto cinquecentesco a forme più equilibrate con inquadrature e lesene.
Mentra l’Umbria subiva l’influenza della vicina Roma, la Toscana produceva raffinati arredi impreziositi da essenze rare quali l’ebano e da tecniche complesse e spettacolati quali il commesso, cioè un intarsio eseguito con pietre dure di colori differenti o con altri materiali preziosi come madreperla, tartaruga e avorio.
In meridione, l’ebanisteria si concentra principalmente sulle committenze di corte a causa di una scarsa richiesta da parte di una limitata committenza borghese.  In queste aree si riscontrano stilemi romani contrapposti al più austero gusto spagnolo.

E’ nella seconda metà del Seicento e con la fabbrica di San Pietro a pieno regime che nei centri più importanti si abbandonano le forme geometriche per abbracciare un’interpretazione grandiosa dell’arte classica che si fonde con elementi naturalistici.


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IN FRANCIA,
la transizione è leggibile nello stile Luigi XIII (1589-1661) e dopo la metà del secolo è a Versailles che si manifesta in tutto il suo splendore il Barocco a livello europeo.
L’opera di accentramento del potere era iniziata ai tempi di Enrico IV (1553-1610) per raggiungere l’apice con Luigi XIV (1638-1715)  e lo sfarzo della corte di Versailles.
Dalla Roma barocca, il ruolo di città guida passò a Versailles che per il suo allestimento impiegò migliaia di artigiani organizzati in Manifatture Artistiche, è del 1667 la costituzione della Manufacture Royale des Meubles de la Couronne.

Lo stile Luigi XIII (1589-1661): prende il nome dal sovrano sotto il quale ebbe il suo massimo sviluppo ma in realtà lo stile Luigi XIII abbraccia un periodo più ampio che va dalla fondazione della dinstia borbonica con Enrico IV (1589) all’ascesa di Luigi XIV (1661), comprendendo quindi due regni (Enrico IV e Luigi XIII) e due reggenze (Mazarino e Richelieu).
Una fiorente borghesia ed una ricca nobiltà furono la clientela di artisti ed artigiani che grazie ad importanti commesse ebbero modo di mettere a punto uno stile nazionale che fino ad allora mancava.
Per molti anni, manufatti e  maestranze venivano infatti importati da Italia, Spagna ed Olanda mentre con lo stile Luigi XIII si manifesta la volonta di distaccarsi dalle forme rinascimentali.
I mobili Luigi XIII mantengono una struttura architettonica e rigorosa, spesso sono caratterizzati da colori scuri e da elementi torniti. Le pannellature di credenze ed armadi sono inquadrate da modanature, la struttura è arricchita da motivi ad intaglio di gusto tardomanieristico come carti, putti e festoni.
Le stoffe sono usate in abbondanza soprattutto nella prima parte del secolo e ricoprono tavoli, sedili, letti con un frange e borchie.
Le essenze utilizzate sono principalmente locali (abete, rovere, noce, pero) per quanto riguarda la produzione di massa, legni più rari come l’ebano vengono utilizzati per mobili destinati ad importanti committenti e per la realizzazione di cabinet.
Nuove tecniche come la lastronatura vengono utilizzate per rivestire i fusti dei mobili, realizzati in legno dolce, con lastre di 8mm (placage) di legno raro e spesso intagliato.
Tale tecnica nasce in nei Paesi Bassi ed in Germania e raggiunge il suo massimo splendore nell’ebanisteria francese dell’epoca di Luigi XIV.

Lo stile Luigi XIV (metà ‘600-1715): a differenza dello stile Luigi XIII, ancora legato a motivi rinascimentali, lo stile Luigi XIV è caratterizzato da una grande sontuosità che influenzò la produzione dei mobili europea per oltre un secolo.
Nel suo grandioso progetto didare gloria alla corte francese, nel 1663 il Re Sole istituì la Manufacture royale des meubles de la Couronne, un grande organismo che raggruppava falegnami, ebanisti, scultori, tappezzieri, incisori, ricamatori, orafi e molti altri artigiani. La guida della Manifattura fu affidata dal Re al primo pittore di corte Charles Le Brun che la diresse in modo autoritario controllando nel dettaglio la produzione dandone una grande unità stilistica.
Mobili dorati, mobili dipinti, mobili arricchiti con bronzi dorati, mobili intarsiati sono tipici della produzione dell’epoca.
Tipici dell’epoca sono i monumentali letti a baldacchino ed i lit à la duchesse, il cui baldacchino è appeso al soffitto senza essere sostenuto dalle colonne.
Ampia e variegata è la produzione di tavoli e bureaux (tavoli scrittoio) il cui intarsio ricopre l’intero mobile e per il arricchire il quale vengono utilizzati materiali come la tartaruga, l’ottone e l’avorio (marqueterie).
La poltrona, mobile di uso quotidiano per l’aristocrazia, si adatta alle esigenze dell’epoca che prevedevano ingombranti vestiti ed imponenti parrucche sia per gli uomini che per le donne. Lo schienale diventa più ampio ed inclinato all’indietro, le parti in legno vengono coperte di stoffa per evitare di rovinare le vesti, i braccioli sono leggermente incurvati per offrire una maggiore comodità e l’intera poltrona è rivestita di preziosi tessuti. La struttura viene rinforzata unendo le gambe con elementi ad H o a X. Tali accorgimenti vengono meno verso la fine del regno di Luigi XIV quando le poltrone iniziano a prendere una forma più attuale con gambe indipendenti.
Una citazione meritano i mobili a marqueterie di Charles Boulle (1642-1732), raccomandato al Re Sole dal ministro Colbert e diventato a soli 30 anni ébéniste di Luigi XIV. Nato a Parigi da genitori olandesi, divenne famoso per i suoi ricchi mobili decorati con materiali fino ad allora non utilizzati come tartaruga e metalli. Boulle spesso si avvaleva della collaborazione dei cesellatori italiani  Domenico Cucci e Filippo Caffieri mentre per i disegni si avvaleva dell’ornatista ufficiale J. Béran.
Il metodo utilizzato da Boulle consisteva nella “tarsia ad incastro”. Due sottili lamine dello spessore di 2mm, una di metallo e l’altra di materiale corneo, venivano racchiuse tra due sottili lastre di legno su cui veniva riportato il disegno. Utilizzando una sega a traforo dalla lama molto fine, il motivo veniva ritagliato. Aprendo le due lastre si ottenevano così due disegni identici. Ora era possibile produrre due pannelli inserendo nel fondo di uno il disegno dell’altro. Quando il disegno era in metallo ed il fondo in tartaruga veniva definito en premiére partie ed era molto più pregiato rispetto al disegno en contre partie. cioè quando il fondo era costituito dal metallo. Ottone, stagno e rame erano i metalli utilizzati per la realizzazione dei mobili Boulle.
Quest’ultimo fu anche un abile scultore in quanto realizzava personalmente le decorazioni in bronzo utilizzate per arricchire i suoi mobili. Il suo stile fu apprezzato per molti anni e divenne nuovamente in voga nel periodo Napoleone III.

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