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Ilario Fioravanti Dall’ombelico in su Sculture e sanguigne

Ilario Fioravanti Dall’ombelico in su Sculture e sanguigneLe donne di Ilario Fioravanti: nel segno della madre e delle fatalone sognate

Mostra collaterale dal 9 al 24 luglio 2016.

La Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato Città di Pennabilli offre anche quest’anno la possibilità di visitare, all’interno dello stesso Palazzo Olivieri, una prestigiosa collaterale: “Ilario Fioravanti. Dall’ombelico in su: sculture e sanguigne”. La mostra viene qui presentata dal giornalista e scrittore Salvatore Giannella, che ha conosciuto personalmente il Maestro cesenate.

Il vento porta a Milano la notizia della bella mostra a Pennabilli “Dall’ombelico in su: sculture e sanguigne”, dedicata a Ilario Fioravanti e a uno dei suoi mondi preferiti: le donne. E dal pozzo della mia memoria affiorano brandelli di immagini che compongono un mosaico, spero utile per i visitatori.

Il titolo è un seme gettato sul tavolo del Piastrino anni fa, durante un pranzo presenti, con l’immancabile regia di Gianni Giannini e con me invitato, Tonino Guerra e il suo amico ammirato Ilario Fioravanti. “Sarebbe bello che un giorno potessero sbarcare all’ombra della Penna le tue donne, incontrate, dipinte, scolpite, sognate; queste ultime in maggioranza, perché, caro Ilario, dimostri di conoscere le donne e i nudi seducenti meglio con la tua immaginazione che quelli di carne… Potrebbe essere una mostra dal titolo ‘Dall’ombelico in su’ “, concluse con poetica praticità Tonino. Era un sogno che, lentamente, si è fatto strada fino a trovare tanti consensi che l’hanno trasformato oggi in una ammirabile realtà.

Era la prima volta, in quel 1996, che incontravo Ilario. La sua figura mi si era concretizzata sei anni prima tra le righe della efficace presentazione di una mostra tenuta a Milano alla Compagnia del disegno. Raffaele De Grada invitava nelle pagine culturali del Corriere della Sera a scoprire questo “scultore diverso dal solito”, capace di maneggiare la terracotta con grande abilità: “un’abilità che gli è congeniale e che potrebbe portargli una sicura fama di virtuoso ma che lui sacrifica per un’indagine acuta sui personaggi della vita, raccolti in quella dolce ironia che dimostra un comportamento umano, di buon senso, una filosofia della vita che Giovanni Testori ha definito cristiana”. Un gigante dell’arte cresciuto in quella fucina di artisti che è stata Cesena nel dopoguerra, con il gruppo di pittori (Sughi, Cappelli, Caldarisi, seguiti poi da Gazza e da Piraccini) che impose la propria presenza nell’impegno per il realismo. “Sembra quasi impossibile che questo artista, Fioravanti, sia stato fin qui pressoché ignorato”, lamentava De Grada, ignaro delle difficoltà che gli artisti romagnoli in tutte le epoche hanno trovato nella loro pur straordinaria terra dove, abbagliati dal turismo dei grandi numeri, in molti dimenticano l’energia anche economica che può donare alla Romagna la nicchia crescente del turismo culturale.

Le donne forgiate e ricordate da Fioravanti riportano a due modelli affiorati quel giorno a tavola e perfezionatisi nei successivi incontri nel suo nido creativo di Sorrivoli, la mitica casa dell’Upupa, e anche oltre, per esempio a Milano nel 2011 quando la sposa di Ilario, Adele, venne alla Triennale a presentare il fondamentale libro dello psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli “Le mani nella creta” (edito dalla Fondazione Tito Balestra onlus). Il primo era la madre, arrivata a Cesena da Bondeno, pianura padana, per sposare un tabaccaio pieno di lavoro e di ironia ottimistica. Prima del matrimonio, la madre lavorava in una fornace e faceva mattoni. Questo riferimento è fondamentale per capire l’opera di Ilario. La fornace si lega infatti alla terracotta, alla possibilità di creare delle sculture con questa stessa materia che Ilario prediligeva su tutte. La madre (pur severa e fredda e talora assente, sostituita dalla balia) gli raccontava che quei mattoni, che dovevano essere regolari, geometrici perché servivano poi per costruire dei muri e delle case, qualche volta, prima di cuocerli, lei li manipolava, come ad attribuirvi una personale forma artistica. “Da questo filone materno si può intravvedere un’origine di quel talento di Ilario”, diagnosticò Andreoli.

Oltre alle donne di famiglia (con la madre, una zia paterna e poi la sorella minore, che lascerà per la sposa Adele, più giovane di lui di vent’anni) il mondo di Ilario è costellato da altre donne. Donne d’occasione, donne di cui s’innamora per una breve stagione, donne che posano per i suoi nudi, modelle con cui stabilisce qualche storia e che poi scompaiono. “Non da dentro di lui però”, precisò Andreoli. “La sua mente è piena di donne, penetrata dalle donne, e continuerà un dialogo, anche di gesti d’amore, in gran parte di fantasia… Ne sono una prova l’infinito numero di donne che egli rappresenta, in particolare i nudi, donne che talora cattura dalle fotografie di una rivista, immagini di donne magari vestite che lui ricrea nude”.

Simbolo di queste “altre donne” resta la pioniera Fatalona, con le coscione e le fattezze debordanti dalla sottoveste: una vera belloccia romagnola con gli occhialoni da spiaggia, che rimanda all’immagine comune nell’universo creativo di Fellini e delle fantasie romagnole.

Le Fatalone nate nella mente di Ilario sono figure seducenti e insieme fragili. Grandi matriarche, donne carnose e affamate di uomini. Creature che ti sembra di incontrare per le strade della Romagna, e ti viene voglia di abbracciarle.

 

SALVATORE GIANNELLA